Croatia ‘Kidnaps’ Marco Polo

Former president visiting China praises “traveller from Korčula” who brought two worlds together

The Hina press agency reports that former Croatian president Stjepan Mesić has inaugurated a museum dedicated to Marko Polo in the Chinese city of Yangzhou. That’s right, “Marko” Polo with a “k”. Mr Mesić paid solemn tribute to the “Croatian-born world traveller who opened China to Europe” and, apparently, the Chinese applauded. If ever proof were needed that the Italian authorities don’t know what they are doing, this is it. How could they possibly let anyone kidnap Marco Polo? Yet the myth of the Venetian trader and traveller’s “Croatianness” is not new. According to Alvise Zorzi, who has written a shelf’s worth of books on Venice, including one on Marco Polo, traces the story back to another legend, which claims that the Venetian traveller was captured by the Genoese in a sea battle in 1298 near the island of Curzola – “Korčula” in Croatian – off the Dalmatian coast. Zorzi dismisses this version: “It seems more likely that on one of his travels, Marco Polo ended up in the hands of the Genoese off the coast of Cilicia at Laiazzo [today Ayas in Turkey – Trans.]”.

This, however, is not the point. Even if Marco Polo had by some chance been born at Curzola (Italo Calvino was born in Havana but no one would dream of calling him a “Cuban writer”), the island that Croatians now call “Korčula” was culturally Venetian, as is obvious from the old town, the Marcian Lions over the doors and the cathedral of St Mark. In fact, it was held in fief by the Zorzi family until the fifteenth century.

To claim that Marco Polo, or indeed any other resident of Curzola at that time, was Croatian simply because the island is in Croatia today, is to stretch history perilously far. By the same token, the ancient episcopate of Thagaste in Numidia is today called Souk Ahras, and is located in Algeria, so St Augustine was an Algerian philosopher. Septimius Severus, born in Roman Leptis Magna, a short distance from modern-day Al Khums in Tripolitania, would be a Tripolitanian emperor while Justinian was born in what is now Zelenikovo in Macedonia, so he would be Macedonian, or if you like Turkish, since he governed from the present-day Istanbul. To say nothing of the well-known French patriot, Nice-born Giuseppe Garibaldi.

Ridiculous. As if that wasn’t enough, Zorzi goes on, Marco Polo never mentions Curzola in Il Milione. He dictated his memoirs while languishing in a Genoese prison to Rustichello da Pisa, a composer of chivalrous romances, which at that time were written in langue d’oïl (as was Marco Polo’s book, originally entitled Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l’on conte les merveilles du monde). Moreover, Curzola is nowhere mentioned in the Polo family archives in Venice.

There is plenty of archive material – births, deaths, marriages, wives, wills and so on – from which to trace the impeccably Venetian roots of the Polo family, which was almost certainly resident in the San Trovaso district. All you want.

How is it then possible that the Croatian president, if we do not wish to question the Hina agency story picked up by the Rijeka/Fiume-based Italian-language newspaper, La voce del popolo, was invited by the Chinese authorities to inaugurate a museum to the Venetian traveller at Yangzhou, where Marco Polo tells us he was an administrator for the emperor, Kublai Khan, and some years later the missionary Odorico da Pordenone would also reside? How is it possible that the Italian government and diplomatic service allowed someone as incredibly famous among the Chinese as the author of Il Milione to slip through their fingers, to the possible detriment of friendly relations, commerce and tourism? With all due respect for Stjepan Mesić, can we condone his going to China and thanking his hosts for the honour of inaugurating a museum dedicated “to a Croatian-born world traveller who opened China to Europe, and who with his writings also reawakened Europe’s interest in China”? Let us leave to one side nationalist resentment and rancour over the expulsion of 350,000 Italians from Istra [Istria in Italian – Trans.], Kvarner [Quarnero in Italian – Trans.] and Dalmatia. We have already seen, in the former Yugoslavia, what hate can do if its flames are fanned. That’s how it went. End of story. Yet the Yangzhou snub is merely the latest in a long line of “misappropriations” by Zagreb of a cultural heritage that does not belong to Croatia.

Take, for example, the tourist brochures of Split [Spalato in Italian – Trans.], in which Croatian nationalists rechristened the Lion of St Mark a “post-Illyrian Lion”. The same goes for the “tweaked” memorandum given to John Paul II for his 1988 visit to Dalmatia, which prompted the pontiff to say that “Split and Salona [the city’s Roman name – Trans.] have special significance for the development of Christianity in this region, starting from the Croatian age and then in the subsequent Roman period,” as if the Slavs hadn’t arrived in the seventh and eighth centuries but a thousand years earlier. Above all, it goes for the exhibition in the Vatican library inaugurated for the 2000 Jubilee by Franjo Tudjman, who in his effort to obliterate any memory of Venetian-Italian culture called Marco Polo “Croatian by descent and by birth”.

L’ex presidente croato Stjepan Mesic, scrive l’agenzia Hina, «ha inaugurato il museo dedicato a Marko Polo nella città cinese di Yangzhou». «Marko» Polo? Con la «k»? Esatto. Mesic ha anzi ricordato solennemente quel «viaggiatore del mondo nato in Croazia che ha aperto la Cina all’Europa». I cinesi, pare, hanno applaudito. Prova provata che le nostre autorità non sanno fare il loro mestiere: è mai possibile farsi scippare Marco Polo? La leggenda della «croatità» del grande commerciante e navigatore veneziano non è nuovissima. Qualcuno, secondo Alvise Zorzi che sulla città lagunare ha scritto un mucchio di libri dei quali uno proprio sull’autore de il Milione, la fa risalire a un’altra leggenda, quella che Marco fosse stato catturato dai genovesi nel 1298 in una battaglia nelle acque vicine all’isola di Curzola, in Dalmazia. Cosa che lo storico «serenissimo» esclude: «Pare piuttosto che, durante uno dei suoi viaggi, fosse finito nelle mani di corsari genovesi davanti a Laiazzo, sulla costa della Cilicia».

Ma il punto non è questo. Ammesso che possa esistere l’ipotesi che Marco fosse nato casualmente a Curzola (anche Italo Calvino, per dire, nacque casualmente a l’Avana ma a nessuno verrebbe in mente di definirlo uno «scrittore cubano»), non solo l’isola che oggi i croati chiamano Korcula era di cultura venezianissima, come testimoniano la città vecchia, le porte con il «Leon» e la cattedrale di San Marco, ma era un feudo della famiglia Zorzi. E tale sarebbe rimasta fino alla metà del quindicesimo secolo.

Attribuire natali «croati» non solo a Marco Polo ma a qualunque abitante della Curzola di allora solo perché oggi l’isola è in territorio croato, è una stravaganza storica. Con lo stesso metro, poiché l’antica Tagaste allora sede episcopale della Numidia si chiama oggi Souk Ahras ed è nell’attuale Algeria, Sant’Agostino per esser nato lì sarebbe un filosofo algerino. Settimio Severo, essendo nato nella romana Leptis Magna a due passi da Al Khums nell’attuale Tripolitania, sarebbe un imperatore tripolitano e Giustiniano nato nell’attuale Zelenikovo in Macedonia sarebbe un imperatore macedone o se volete, visto che governava nell’attuale Istanbul, turco. Per non dire di Giuseppe Garibaldi, che essendo di Nizza sarebbe un patriota francese.

Ridicolo. Non bastasse, spiega Zorzi, Marco Polo non nomina mai (mai) Curzola nel «Milione» dettato nelle prigioni di Genova a Rustichello da Pisa (un redattore di romanzi cavallereschi che si scrivevano allora in lingua d’oeil come in lingua d’oeil è il libro originariamente intitolato «Le livre de Marco Polo citoyen de Venise, dit Million, où l’on conte les merveilles du monde») né Curzola è mai nominata in tutti i documenti di famiglia conservati a Venezia.

Materiali abbondanti, dai quali è possibile risalire alla storia venezianissima di tutta la stirpe Polo (quasi certamente insediata dalle parti di San Trovaso) a partire dal X secolo: nati, morti, matrimoni, mogli, testamenti… Tutto.

Come è dunque possibile che l’ex presidente croato, se non vogliamo mettere in dubbio la cronaca dell’agenzia Hina ripresa dal quotidiano della minoranza italiana «La voce del popolo» di Fiume, sia stato invitato dalle autorità cinesi a inaugurare un museo del navigatore veneziano proprio a Yangzhou, dove Polo racconta di aver avuto incarichi amministrativi dall’imperatore Kubilai Khan e dove si sarebbe fermato anche, qualche anno dopo, il missionario Odorico da Pordenone? E com’è possibile che il nostro governo e le nostre autorità diplomatiche siano riusciti a far passare in Cina, con tutto il peso che ha per i reciproci rapporti di amicizia, gli scambi commerciali e il turismo, una figura immensamente famosa tra i cinesi quale quella dell’autore de «Il Milione»? Con tutto il rispetto per Stjepan Mesic, possiamo accettare che vada lì a ringraziare «per l’onore concessogli di essere lui a inaugurare un museo dedicato “a un viaggiatore del mondo nato in Croazia, il quale ha aperto la Cina all’Europa, e che con i suoi scritti ha anche risvegliato l’interesse dell’Europa per la Cina”»? Alla larga dal nazionalismo rancoroso e dal risentimento per l’espulsione di 350 mila italiani dall’Istria, dal Quarnero e dalla Dalmazia: abbiamo già visto, proprio nella ex Jugoslavia, cosa può succedere se si coltiva l’odio. È andata così, amen. Lo sgarbo di Yangzhou, però, è l’ultimo di una serie di «appropriazioni indebite» da parte dei nazionalisti di Zagabria di un patrimonio culturale che non è loro.

Vale per quei dépliant turistici di Spalato dove i nazionalisti slavi ribattezzarono il Leone di San Marco «Leone post-illirico». Vale per il promemoria «addomesticato» fornito a Giovanni Paolo II per la sua visita in Dalmazia del 1988 che indusse il Papa a dire che «Spalato e Salona hanno un’importanza del tutto particolare nello sviluppo del cristianesimo in questa regione, a partire dall’epoca croata e poi in quella successiva romana», come se gli slavi non fossero arrivati al seguito degli Avari tra il settimo e l’ottavo secolo ma un millennio prima. Vale soprattutto per la mostra nella Biblioteca Vaticana inaugurata in occasione del Giubileo da Franjo Tudjman, uno che nello sforzo di annientare anche il ricordo della cultura veneto-italiana si era spinto a definire Marco Polo «croato di stirpe e di nascita».

Si intitolava, quella mostra, «Arte religiosa e fede croata». Ma, a dispetto del tentativo di spacciare la Basilica veneziana di Parenzo quale «alta espressione dell’arte croata», lo stesso professor Miljenko Domijan, uno dei coordinatori, riconobbe col quotidiano «Novi List» che si trattava di una forzatura.

Effettivamente, spiegò lo studioso, l’esposizione spacciava col marchio croato tante opere figlie della cultura italiana: «Non si poteva fare altrimenti perché la produzione di esclusiva etnicità croata ha scarso valore. Non so proprio che cosa potremmo mostrare, sarebbe tutto sotto un certo livello». Furono così croatizzati il ritratto del vescovo di Spalato di Lorenzo Lotto, una Pietà del Tintoretto, un busto argenteo di Santo Stefano opera dell’oreficeria di Roma, una statua di San Giovanni da Traù del toscano Niccolò Fiorentino, l’arca di San Simone di Francesco da Milano (nel catalogo ribattezzato «Franjo iz Milana»), una tela del Carpaccio e ancora piani e documenti della cattedrale di Zara in stile pisano o di quella di Sebenico costruita da Giorgio Orsini da Zara. Croatizzato, si capisce, col nome di Juraj Dalmatinac…

Gian Antonio Stella – Corriere della Sera
22 aprile 2011

http://www.corriere.it/International/english/articoli/2011/04/22/stella-croatia-marco-polo.shtml

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3 komentara “Croatia ‘Kidnaps’ Marco Polo

  1. Miriam (Uredi)

    Na temu turisticke brosure o Splitu: onaj tko je u engleskom dijelu prevodio, “preveo” je Solin kao Split, toliko o rasersiranju danasnjih novinara. Brosura mi nije poznata pa samo mogu nagadjati, ali ako je netko u njoj stvarno napisao da su Rimljani na to podrucje dosli nakon Hrvata, cak ni Suvarova skola ne bi mogla posluziti kao opravdanje za tu izjavu. Ali mozda je covjek mislio na Dalmate. Koji su tu stvarno bili prije Rimljana, ali, naravno, sasvim sigurno nisu bili Hrvati.

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  2. kukumica (Uredi)

    There is plenty of archive material – births, deaths, marriages, wives, wills and so on – from which to trace the impeccably Venetian roots of the Polo family, which was almost certainly resident in the San Trovaso district. All you want.
    Cista laz. Par dokumenata (kupoprodajni ugovori za kucu, nakon povratka s putovanja) i testament (diktiran 12 dana uoci smrti, potpisao ga svecenik) koji se nalaze u Venecijskom arhivu su S-V-E sto Venecija o Marku Polu ima. Da se rodio u Veneciji bio bi upisan u knjige rodjenih (uredno sacuvane za period njegovog rodjenja). Tu ga nema. Jedini koji se nisu upisivali u knjige rodjenih su oni koji nisu placali porez – prosjaci. Toliko o Polu i Veneciji.

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